LOCALITÀ: BASTIA MONDOVÌ (CN)
INAUGURAZIONE: LUGLIO 1962
CHIUSURA: SETTEMBRE 1999

Ci sono luoghi che smettono di suonare, ma non smettono di parlare.
Il Dancing Paradiso di Bastia Mondovì è uno di questi: una sala da ballo di provincia che, per quasi quarant’anni, ha fatto incontrare uomini e donne dal Piemonte e dalla Liguria, diventando un piccolo mito della valle del Tanaro. Oggi il locale è chiuso, polveroso, inserito a pieno titolo nel nostro archivio di discoteche abbandonate. Ma chi entra non trova solo sedie rovesciate e vetri incrinati: trova un mondo sospeso, un palcoscenico ancora pronto, un cartello d’ingresso per “dame e cavalieri” che sembra aspettare la prossima serata di liscio.

Questo è il nostro viaggio nel Dancing Paradiso di Bastia Mondovì: la sua storia, i suoi protagonisti e il modo in cui, da sala da ballo di paese, è diventato simbolo delle discoteche abbandonate d’Italia.

LA FONDAZIONE DI UN MITO

Il Dancing Paradiso nasce all’inizio del 1962, quando una giovane donna di nome Paola Ghiglia e suo marito Tonin Blengino scoprirono un locale già esistente, ma chiuso da alcuni mesi. La struttura sembrava consumata, con pareti tinteggiate di colori bizzarri che lasciavano intendere un passato… equivoco. Ma per Paola, quella costruzione modesta rappresentava qualcosa di straordinario: la possibilità di dare concretezza a un sogno, la creazione di uno spazio dove il mondo intero potesse convergere.​

Come racconta la narrativa del luogo, Paola aveva una visione poetica del suo ruolo: se ella non poteva recarsi nel mondo, sarebbe stato il mondo a raggiungerla. E così accadde, weekend dopo weekend, per quasi quarant’anni.​

PAOLA GHIGLIA, “L’APE REGINA” DEL DANCING

Ogni discoteca ha un volto. Qui il volto è quello di Paola Ghiglia, cui  ben presto venne affiancato il vezzeggiativo di “ape regina” del Dancing Paradiso. Con il marito Tunin Blengino, Paola regna sul locale dagli anni ’60 in avanti: lui in ombra ma sempre presente, lei al bar e in sala, tra ordinazioni, sorrisi, gelosie, tresche, litigi e riconciliazioni sulle note del liscio.

Tutti la ricordano come una donna giunonica, solare, sempre elegantissima: abiti lunghi tempestati di paillettes, gioielli vistosi, capelli colorati, spesso tinti di viola, in perfetto contrasto con la sobrietà della provincia monregalese

Per gli abitanti della zona, “andare al Paradiso” significava anche “andare da Paola”: non solo una sala da ballo, ma una padrona di casa che trasformava il dancing in un salotto notturno sulle rive del fiume.

LA CHIUSURA: QUANDO IL DANCING ENTRA NEL SILENZIO

Nel settembre del 1999 il Dancing Paradiso chiude ufficialmente. La cronaca racconta che tutto si ferma più o meno lì: una pausa che sembra temporanea e che invece diventa definitiva.

Ma la storia non finisce con il cartello “chiuso”.

Per anni, Paola continua a vivere dentro il dancing. Ogni sabato “tira a lucido il locale, accende le luci del bar, lava tazzine e bicchieri come se da un momento all’altro dovessero arrivare i clienti”, racconterà anni dopo in un’intervista.

un gesto quasi rituale: mentre altre discoteche abbandonate vengono vandalizzate o trasformate in altro, il Dancing Paradiso rimane una specie di capsula del tempo custodita dalla sua regina, sospesa tra memoria e attesa.

Di tanto in tanto riapre per una sera. Una “one night” diremmo oggi. Quando Paola aveva voglia di fare festa, chiamava una band e apriva le porte del locale: e per una sera era di nuovo magia.

Paola lascia il dancing solo molto più tardi, quando l’età e la salute la portano prima in una casa di riposo a Niella Tanaro e poi alla struttura di Dogliani dove morirà nel 2023, a 85 anni.

PERCHÈ IL DANCING PARADISO NON È “SOLO” UNA DISCOTECA ABBANDONATA

Nel nostro archivio di discoteche abbandonate, il Dancing Paradiso occupa un posto particolare. Non è solo l’ennesimo locale chiuso, non è solo un edificio in decadenza architettonica: è uno scrigno delle memorie, dove tutto sembra ancora congelato a quel settembre del ’99. Il palco, le vecchie locandine. Le bottiglie ancora tutte allineate sui ripiani del bar. E ancora i i cartelli con i prezzi di ingresso: Diecimila lire per i “cavalieri”, ottomila lire per le “Dame”.

Qui il passaggio da sala da ballo a rudere non è avvenuto nel silenzio: è stato raccontato da giornali locali, libri, film, fotografie, fino all’ultimo commiato a Paola, quando Bastia Mondovì saluta la sua “regina del dancing” come un pezzo di storia del paese che se ne va.

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Le discoteche abbandonate del Piemonte custodiscono un patrimonio nascosto fatto di emozioni, ricordi e tracce indelebili di un’epoca in cui la musica scandiva notti interminabili. Queste ex discoteche abbandonate sorgono oggi come enormi gusci silenziosi, ma basta un passo al loro interno per percepire l’eco delle vibrazioni che un tempo animavano le piste da ballo. Le discoteche abbandonate piemontesi raccontano storie di generazioni cresciute tra ritmi elettronici, sale affollate e locali diventati veri punti di riferimento per la vita notturna del Nord Italia. In queste strutture, spesso nascoste tra montagne, campagne o periferie industriali, il tempo sembra essersi fermato, lasciando intatta la poesia del decadente. Il Piemonte, con le sue atmosfere sospese tra tradizione e modernità, offre scenari unici per chi ama esplorare luoghi dimenticati e scoprire cosa rimane dietro le quinte del passato. Nei nostri articoli ti guideremo attraverso queste storie silenziose, riportando alla luce volti, atmosfere e memorie che rischierebbero altrimenti di svanire. Se desideri continuare il viaggio tra le discoteche abbandonate del Piemonte, prosegui la lettura e lasciati avvolgere dal fascino di questi spazi fuori dal tempo.