LOCALITA’: S. GIORGIO delle PERTICHE (PD)
INAUGURAZIONE: AUTUNNO 1945
CHIUSURA: APRILE 2002
Ci sono discoteche abbandonate che hanno smesso di esistere due volte. La prima è quando si spengono le luci per l’ultima volta. La seconda è quando vengono rimosse le insegne.
Per la discoteca Capannina di Arsego, frazione di San Giorgio delle Pertiche, quel secondo momento è arrivato la mattina del 21 marzo 2026. Una piccola folla radunata davanti all’ingresso del locale, con il sindaco Daniele Canella in testa e i giornalisti al seguito. Una scala, poi quella scritta luminosa che per decenni aveva acceso le sere dell’Alta Padovana calata a terra, destinata al restauro come si fa con le reliquie. Un’operazione “amarcord”, l’hanno chiamata. Ora, mentre scriviamo, le ruspe stanno per entrare in azione: la demolizione prende il via in questi giorni, e con essa si chiude per sempre la storia di un edificio che ha attraversato quattro secoli.
Ma per capire cosa se ne va davvero con quei duemila metri quadri di mattoni, bisogna tornare indietro. Molto indietro.
TRENTA LIRE PER UNA SERATA
La Capannina apre nel 1945. La guerra è appena terminata, l’Italia è stanca, ancora occupata a contare le assenze. Anche nei piccoli paesi tornare a divertirsi non è un gesto superficiale: significa riprendere possesso del tempo, della sera, della possibilità di incontrarsi.
All’inizio l’ingresso era gratuito. Le famose trenta lire, contrariamente a quanto spesso si ripete, non erano il prezzo per entrare nel locale: si pagavano per accedere alla pista da ballo. La pista era separata dal resto della sala con delle corde, quasi fosse il palcoscenico di un teatro, e proprio come a teatro c’erano delle maschere a controllare gli accessi. Prima si osservava, si ascoltava l’orchestra, si cercava un volto nella sala. Poi si pagavano quelle trenta lire e si attraversava la corda. Era una soglia fisica, ma anche simbolica: da una parte gli spettatori, dall’altra quelli che avevano trovato il coraggio di alzarsi e chiedere un ballo.
Come in una grande piazza, intorno alla pista c’era la pizzeria interna, dove la serata poteva cominciare o concludersi attorno a un tavolo, e poco distante la gelateria, altro punto di ritrovo di quella geografia del divertimento.
DALLE ORCHESTRE DI LISCIO ALLA STAGIONE DEL BEAT
Sul palco della Capannina le cronache registrano nomi che da soli raccontano mezzo secolo di musica italiana: le orchestre di liscio e la musica di Casadei, poi Nilla Pizzi, Wilma De Angelis, Mal, Orietta Berti, Giorgio Gaber, mentre tra i tavoli capitava di incrociare persino il campione olimpico Livio Berruti. E quando negli anni Sessanta arrivarono le chitarre elettriche e le orchestre tradizionali non bastarono più, fu Renzo Betto, che gestiva il locale insieme a Fernanda, a capire prima di altri che i gusti dei giovani stavano cambiando, aprendo il palco ai complessi beat della provincia come i Delfini. Sergio Magri, chitarrista e sassofonista del gruppo, indica in quella stagione due epicentri, il Supercinema di Padova e la Capannina di Arsego, e ricorda come quella scommessa trasformò il locale in uno dei più popolari del Veneto: uno spazio dove i ragazzi si sentivano parte di qualcosa di nuovo, lasciando fuori i “matusa”.
CAVI, LUCI E LAMPADE A CIPOLLA
Negli anni Settanta la musica registrata conquista progressivamente lo spazio delle orchestre. Proprio alla Capannina comincia la carriera Ilario Baldi, destinato a lavorare in alcuni dei più celebri locali veneti e a partecipare alla nascita di Teleserenissima e Nova Radio. In quegli anni, ricordano le cronache, fece ballare qui migliaia di persone. E Insieme alla musica cambia anche la luce.
Ce lo racconta in una intervista Pietro Tondello, fondatore di Tondello Tecnologie, azienda specializzata in illuminazione per spettacoli e discoteche, che ha appena festeggiato 50 anni di attività.
Ricorda un’epoca in cui gli impianti non erano governati da computer. All’inizio c’erano semplici lampade colorate che i tecnici chiamavano “a cipolla”, accese o spente e niente più. Poi, anche sull’onda dell’immaginario portato da La febbre del sabato sera, arrivò la richiesta di effetti nuovi. Ma spesso quegli effetti non esistevano ancora: bisognava inventarli, tirare montagne di cavi, costruire centraline, naturalmente cercando di essere il più economici possibile. Tondello ci riassume quel lavoro con una proporzione: 70% ingegno, 30% budget.
Dietro ogni serata c’era un mondo di cavi, prove e persone che lavoravano mentre gli altri ballavano. La magia, come spesso accade, era soprattutto una faccenda tecnica molto ben nascosta.
GLI ANNI OTTANTE, NOVANTA E LE QUATTRO PISTE
Gli anni 80 sono quelli della musica afro. Spopolava in tutta la penisola, E La capannina non poteva essere da meno. Era quasi una piccola città notturna: quattro piste sotto lo stesso tetto. La grande pista centrale poteva ospitare sia le orchestre sul grande palco, sia serate disco, con la sua famosa console a forma di diamante, che affacciava direttamente sulla pista. Accanto c’era il privé, E al piano rialzato la sala Bambù, ricavata chiudendo il terrazzamento che un tempo si affacciava sulla pista centrale. E infine la pista Latino, per la musica latino-americana.
Bastava attraversare una porta per cambiare completamente atmosfera. Forse era proprio questo il segreto della sua longevità: la Capannina non ha mai obbligato nessuno a ballare nello stesso modo, e per questo non è mai appartenuta a una sola generazione.
APRILE 2002: LE LUCI SI SPENGONO
Sulla data di chiusura si legge di tutto: chi scrive metà anni Novanta, chi parla genericamente di trent’anni fa. La verità è che la discoteca La Capannina di Arsego ha chiuso alla fine di aprile del 2002, dopo cinquantasette anni di attività. Lo sappiamo grazie a chi, fino all’ultimo, ha concesso l’uso del piccolo piazzale accanto alla discoteca, per farne un parcheggio. Dalle trenta lire all’euro appena entrato nei portafogli: sono pochissimi locali italiani che possono vantare una parabola così lunga.
Non sappiamo quale sia stato l’ultimo disco suonato. Forse quella sera nessuno capì che era l’ultima: i locali storici raramente annunciano la propria fine, chiudono come se dovessero riaprire il sabato dopo. Poi passa una settimana, ne passa un’altra, e il provvisorio diventa definitivo. Da allora l’edificio è rimasto lì, in pieno centro, trasformandosi lentamente in una delle tante discoteche abbandonate del Veneto: infiltrazioni, polvere, piste vuote dove avevano ballato migliaia di persone.
PERCHE’ SI DEMOLISCE
Il sindaco di San Giorgio delle Pertiche, Daniele Canella, non ha mai ballato una sera alla Capannina, perché quando il locale chiuse era troppo giovane. Eppure, incontrandolo proprio davanti all’edificio ormai ridotto a scheletro, ci racconta di averne capito il peso fin da bambino, quando della discoteca vedeva solo gli ultimi anni di vita attiva: la confusione, le macchine, le luci, che affascinano chi è troppo piccolo per entrarci. Crescendo, e confrontandosi con chi quei momenti li aveva vissuti davvero, ha capito che non si trattava di un luogo qualsiasi, ma di un patrimonio non solo materiale ma soprattutto immateriale, della comunità.
E I CITTADINI QUANDO LO INCONTRANO GLIENE PARLANO ANCORA
“Gli aneddoti sono tantissimi: da chi racconta le serate, da chi racconta di quando frequentava questo luogo, i locali, la pizzeria e la gelateria che erano dirimpetto alla discoteca. Ma il ricordo più frequente che viene, diciamo, portato è il ricordo dei matrimoni che sono nati qua dentro, compreso quello dei miei genitori. Per cui tutti, quasi tutti, dicono: «Là ho conosciuto mia moglie, là ho conosciuto mio marito, là…». Ecco, diciamo che questa discoteca ha combinato tanti matrimoni.”
A fargli eco, l’assessore ai lavori pubblici Andrea Carnio. “L’amministrazione comunale ha cercato per circa sette anni una strada per il recupero, tra finanziamenti pubblici e ipotesi di partenariato con privati. Ogni tentativo si è scontrato con la natura stessa dell’edificio: all’interno c’è ancora una cabina ENEL funzionante, ci sono materiali da bonificare con procedure specifiche, e la struttura è ormai gravemente compromessa. A tutto questo si aggiunge la posizione, nel cuore del paese e senza parcheggi, che avrebbe reso problematica qualsiasi conversione rispetto agli standard urbanistici. Riaprirla come locale non era realistico; trasformarla in teatro o sala pubblica avrebbe significato spendere cifre enormi per duplicare servizi che il territorio già possiede.”
Nemmeno la storicità del luogo, risalente a prima del seicento (un tempo locanda che ospitò il vescovo di Padova Gregorio Barbarigo) è bastata a salvarla: proprio le continue trasformazioni che le avevano permesso di sopravvivere da aperta, ampliamenti e rimaneggiamenti accumulati in decenni, hanno reso l’edificio troppo diverso dall’originale per essere tutelato. È il paradosso di tante ex discoteche: ciò che le ha tenute vive finisce per condannarle. La demolizione, nelle parole del sindaco, è diventata una scelta «purtroppo inevitabile».
DEMOLIRE L’EDIFICIO, NON LA MEMORIA
Al posto della Capannina resterà per ora uno spazio a disposizione della comunità, con il futuro dell’area ancora tutto da scrivere. Ma il progetto più importante è già in corso: il Comune, insieme alla Pro Loco di San Giorgio delle Pertiche e al gruppo locale Intanto Storia, sta raccogliendo fotografie, filmati, locandine, oggetti e testimonianze degli ex frequentatori, per una mostra e poi una pubblicazione dedicata alla storia del locale. Questo anche grazie all’archivio di Angelo Calzavara, che ha dedicato anni a raccogliere testimonianze, fotografie e racconti. E che oggi pubblica sul gruppo Facebook gli amici della CAPANNINA di Arsego che ha fondato apposta per ricordare La Capannina anche adesso che non c’è più.
Il sindaco Canella parla della Capannina come di un luogo quasi sacro per la memoria collettiva: non per le pietre o per i divanetti rimasti dentro, ma per i momenti felici che le persone vi hanno idealmente depositato negli anni. L’obiettivo dichiarato è «demolire l’edificio senza demolire la memoria». Ed è la stessa ragione per cui esiste DustyDancing: perché le ex discoteche non spariscono del tutto finché qualcuno continua a raccontarle.
Oggi le ruspe entrano in pista senza pagare le trenta lire e senza aspettare che una maschera scosti la corda. Si porteranno via i muri, il tetto, le quattro piste e quel che resta della sala Bambù. Ma da qualche parte, nell’Alta Padovana, c’è ancora qualcuno che sente una vecchia canzone e torna per un attimo ad Arsego, dall’altra parte di quella corda.
























