LOCALITA’: Cameri (NO)
INAUGURAZIONE: 1971
CHIUSURA: 2008
DALLA RISAIA ALLA LEGGENDA
Nel 1971, sulla bonifica di una risaia in mezzo al nulla, sulla statale che attraversa Cameri nel novarese, nasceva “Barbarella”, un locale costruito dal fango della Pianura Padana. Pochi anni dopo il cambio di nome: discoteca Jambo. Nel dialetto keniota swahili significa benvenuto, e di benvenuti ne ha regalati migliaia, dalla Lombardia al Piemonte, in quasi quarant’anni di storia. La discoteca Jambo è stata una leggenda della notte italiana. Oggi, intorno al 15 luglio 2026, le benne hanno iniziato ad abbatterla. Quello che rimane è un ricordo, inciso nei corpi di chi ha ballato sulle sue piste, impresso nella storia delle discoteche abbandonate che raccontano l’evoluzione della socialità italiana.
LO SPAZIO: ARCHITETTURA DI UN SOGNO
Entrare al Jambo era come varcare la soglia di un grande albergo. L’ingresso: statue stupende, piante esotiche, una fontana di marmo bianco. Un gesto deliberato di Giordano Rossato, il proprietario, per trasformare l’attesa in esperienza.
La struttura occupava duemila metri quadrati, con due sale principali e un dehor esterno che d’estate raddoppiava lo spazio. Fuori, circondato da fiori curati con passione, stava l’aereo. Un simbolo, un’eccentricità consapevole: questo non era un locale ordinario.
Ogni angolo era curato con attenzione, ogni particolare scelto con passione. La pista esterna era circondata da fiori. Per una discoteca, è una dichiarazione di amore.
GIORDANO ROSSATO: IL VISIONARIO DELLA STATALE
Giordano Rossato, arrivava dalla musica: dal 1955 al 1970 aveva suonato come tastierista con il suo gruppo Dano e i Longobardi. Quando aprì il Jambo portò con sé questa eredità musicale, trasformandola in etica gestionale. Laureato in ingegneria elettronica, gestiva il locale con visione imprenditoriale consapevole.
La sua idea di selezione all’ingresso non prevedeva buttafuori. Solo criteri elementari: abbigliamento decoroso e comportamento educato. L’educazione era il fondamento. “Siamo credo tra i pochi a non avere bisogno dei buttafuori”, diceva Rossato. E aveva ragione.
LE SERATE: QUANDO LA MUSICA ABITAVA GLI SPAZI
Venerdì: liscio nella parte inferiore, disco-music in quella superiore. Sabato: disco-music invadeva tutte le sale fino alle due e mezzo del mattino. Domenica: musica tradizionale italiana, elegante e controllata.
Una clientela eterogenea che si divideva e si univa nello stesso spazio. Anziani e giovani, appassionati di liscio e di disco, potevano convivere nella stessa notte. Era il miracolo della discoteca Jambo: non un luogo esclusivo, ma uno spazio dove pubblici diversi potevano coesistere senza conflitto. Il Jambo l’ha fatto per quasi quarant’anni.
I CONCORSI LEGGENDARI
Nel giugno del 1990, il Jambo assegnò una Yamaha FZR1000 al termine di un concorso durato quattro mesi. Più di centomila biglietti venduti. L’anno successivo una Golf GTi rosso superaccessoriata. Il feedback era ancora più forte: la gente veniva non solo a ballare, ma a sperare.
Questi concorsi tradivano la genialità di Rossato: comprendeva che il corpo in discoteca desiderava scommettere su se stesso, credere che il destino potesse cambiare. Il Jambo glielo permetteva. La sera del 15 dicembre 1990 celebrò il diciottesimo compleanno: torta di un quintale e mezzo. Ogni festa era un evento costruito come narrazione dove il pubblico era al centro.


GLI ARTISTI, I DJ, I NOMI CHE BRILLANO
Sulle piste della ex discoteca Jambo si esibirono Mia Martini, Loredana Bertè, Massimo Ranieri. Mike Bongiorno con il suo Carnevale dei Bambini: il Jambo fu la prima discoteca nella zona a pensare anche ai più piccoli.
Linus, Amadeus, Albertino. Nomi che sono la colonna sonora degli anni novanta italiani. Il Jambo era una tappa obbligata nella carriera di chi voleva contare nel mondo della notte, luogo dove il suono poteva essere perfezionato e il pubblico sfidato musicalmente.
Lo staff: Luca (18 anni), Franco Rossi (27 anni, alla consolle del Jambo da dieci anni), Dado e Roberto Brambilla. Traducevano la visione di Rossato in esperienza reale, trasformavano la musica in movimento. Ogni sera era la stessa architettura e una storia completamente nuova.
L’ANIMA DEL LUOGO: QUANDO LA RESPONSABILITÀ BALLAVA
Nello spogliatoio c’era un Etilotest. Era monumentale: il proprietario offriva la possibilità di verificare il tasso alcolico prima di guidare, anticipando l’Etilometro. Non era solo prevenzione: era una dichiarazione. Si beveva qui, ma consapevolmente.
Long-drink, birra, bibite. Pochissimi superalcolici. I prezzi elevati non permettevano le sbronze. Era filosofia: il divertimento risiedeva nella musica e nel movimento, non nell’intossicazione.
Diciannove persone di staff. Barman che preparavano cocktail al momento. La qualità del servizio era una forma di amore. Rossato era contrario alla house music e all’heavy metal. Era scelta consapevole, costruzione di identità estetica che il locale portava avanti con coerenza.
LA CRISI, LA CHIUSURA, LA DEMOLIZIONE
Nel 2008 il Jambo oggi abbandonato definitivamente chiuse. Era l’anno della grande crisi economica, quando il fatturato della musica nei locali subì un crollo epocale. Negli anni novanta in Italia esistevano circa settemila discoteche. Oggi ne restano poco più di millequattrocento. Solo negli ultimi 14 anni hanno chiuso oltre duemila ex discoteche.
L’abbandono della discoteca Jambo si verificò nel 2016, otto anni dopo la chiusura. Ladri, intemperie e incuria. L’edificio fu quasi completamente svuotato e devastato. Quello che era una leggenda era diventato rovina.
Intorno al 15 luglio 2026, le benne hanno iniziato ad abbatterla. Quello che restava di una memoria collettiva è tornato terra. Le ex discoteche abbandonate sono tombe della recente memoria culturale, finché non diventano macerie.
DALLA RISAIA ALLA LEGGENDA, DALLA LEGGENDA AL SILENZIO
Il Jambo è stato costruito bonificando una risaia. Dal fango e dalla palude è emerso uno spazio magnifico dove la gente poteva ballare, sognare, diventare se stessa. Per quasi quarant’anni mondi paralleli convivevano nello stesso edificio: liscio nella parte inferiore, disco nella superiore, nella stessa notte.
Era una struttura di scelte consapevoli, di selezione, di dignità. Non luogo dove qualunque cosa era permessa, ma dove era permesso danzare in un modo specifico, con eleganza e responsabilità verso se stessi e gli altri.
Oggi il Jambo non è più niente di questo. È stato demolito a luglio 2026. Ma rimane una leggenda: nella memoria di chi ha ballato lì, nei racconti di chi ha condiviso quell’esperienza, negli archivi della notte italiana. Il Jambo continua a esistere nello spazio della memoria emotiva, collettiva, resistente al tempo.
Dalla risaia alla leggenda. Dalla leggenda alla demolizione. Questo è il ciclo delle discoteche abbandonate. Ma la memoria non muore. È il momento in cui la storia personale si trasforma in storia culturale, quando ciò che è stato dimenticato viene riscoperto come patrimonio immateriale di una generazione intera.
Le discoteche abbandonate del Piemonte custodiscono un patrimonio fatto di ricordi, musica e notti che hanno segnato intere generazioni. Queste ex discoteche abbandonate, oggi silenziose, conservano ancora l’eco della vita notturna che un tempo animava piste e sale affollate. Tra montagne, campagne e zone industriali, il Piemonte offre alcuni tra i luoghi più suggestivi per chi ama esplorare il fascino del decadente. Nei nostri articoli puoi scoprire storie, immagini e atmosfere di questi spazi dimenticati. Se vuoi approfondire il viaggio tra le discoteche abbandonate del Piemonte, continua la lettura e lasciati ispirare dal loro mistero.























